I calciatori davanti alla macchina da presa non producono di solito grandi risultati (John Huston ci aveva provato addirittura con Pelé), ma a Ken Loach il coraggioso esperimento è riuscito piuttosto bene. Il regista inglese, del resto, già nel brillante episodio di Tickets aveva mostrato una certa affinità con il mondo del pallone. Il fenomeno in questione è il francese Eric Cantona, ex-stella del Manchester United, che in Il mio amico Eric (Ken Loach - 2009), interpreta se stesso in una commedia leggera, in cui però non mancano i temi classici del regista: il protagonista della storia, infatti, è un tipico working class hero alle prese con i drammi quotidiani di una vita complicata. Grande appassionato di calcio, comincerà ad avere delle apparizioni del suo idolo, che gli fornirà interessanti consigli e piccole lezioni di filosofia spicciola. Gran parte della riuscita del film è da attribuire alla verve autoironica dello stesso Cantona, che dà sempre l'impressione di essere perfettamente a proprio agio nella parte (imperdibile, poi, lo sketch coi giornalisti nei titoli di coda). È un film che si discosta solo in parte dalla filmografia di Loach, che non rinuncia, nonostante i toni allegri, a rappresentare il disagio sociale nei sobborghi di una grande città inglese, in cui la passione calcistica è un elemento fortemente caratterizzante.
22 novembre 2009
20 settembre 2009
To be a rock and not to roll
Dopo il documentario con Al Gore sul riscaldamento globale, Guggenheim vira verso temi più leggeri e con It might get loud (Davis Guggenheim - 2008) riunisce tre chitarristi di tre diverse generazioni a raccontare la loro esperienza con lo strumento simbolo della musica rock. Ci sono Jimmy Page, dei Led Zeppelin, The Edge, alias David Evans degli U2, e Jack White, dei White Stripes. Rinunciando fin da subito alla struttura classica del documentario musicale, fatta di botta e risposta e rigida successione cronologica, lascia ai tre protagonisti molta libertà e solo raramente si sente la voce dell'intervistatore. Alterna così momenti di gruppo, durante i quali spesso assistiamo a memorabili esibizioni collettive, a momenti individuali, in cui ciascuno rivive i momenti più interessanti della propria carriera. Questi sono spesso girati nei luoghi d'origine: dalla Detroit dell'infanzia di White, alla Mount Temple School di Dublino dove nacquero gli U2, alla villa vittoriana dove gli Zeppelin registrarono il (monumentale) quarto album. Dal punto di vista registico, niente male i titoli di testa e la sequenza di apertura con Jack White alle prese con una rudimentale chitarra, oltre alle brevi clip dedicate al primo strumento di ciascuno. Il resto sono immagini di e filmati archivio, montate in modo sapiente. Tra le cose curiose si scopre così che Page da giovane voleva diventare un biologo. Per fortuna che poi ha cambiato idea. Un must per gli appasionati di musica rock.
04 luglio 2009
Idee
Mi risulta difficile articolare un post su Shirin (Abbas Kiarostami - 2009), l'ultimo, discusso lavoro del regista iraniano. Mi vengono in mente solo alcune considerazioni sparse. Ma cominciano dalla trama: alcune donne iraniane assistono, nel buio di una sala, alla proiezione del dramma amoroso di Khosrow e Shirin, basato su un racconto tradizionale persiano. La macchina da presa, in posa fissa, inquadra uno dopo l'altro i loro volti e le loro reazioni allo svolgersi della vicenda, della quale udiamo solo i dialoghi e possiamo intuire l'azione solo dai suoni e, appunto, dalle espressioni delle spettatrici. Alcune idee. 1. Lo specchio: l'idea è banale, d'accordo, spettatori che guardano spettatrici e viceversa. Con la differenza, però, che mentre loro guardano un'opera di fantasia, noi non possiamo non pensare alla realtà di queste donne nel loro paese. Non a caso la macchina da presa non inquadra mai volti maschili, se non in secondo piano. 2. Le donne, appunto: Kiarostami tratteggia una figura femminile che è immobile, muta, imprigionata nello spazio dell'inquadratura, senza che questo però le impedisca di provare dei sentimenti e delle emozioni per quello che vede. 3. La critica: si è parlato di metacinema, di sperimentalismo portato all'eccesso, molti critici a Venezia hanno abbandonato la sala. È vero che il film si basa su un'unica idea, che non viene sviluppata più di tanto, però è un'opera che lascia il tempo di guardare, di pensare, di riflettere. Controcorrente rispetto alla filosofia del montaggio serrato, del ritmo alto a tutti i costi, del cinema come puro intrattenimento. Non diventerà probabilmente un capolavoro, ma merita di essere visto e soprattutto di non essere giudicato troppo frettolosamente.
11 maggio 2009
Chi vuol esser lieto, sia
Gianni non è sposato e vive con l'anziana madre, un po' tirannica e molto possessiva, in un appartamento di Roma. Alla vigilia di Ferragosto, l'amministratore del condominio gli chiede di accudire anche sua madre per un paio di giorni, e in cambio chiude un occhio su alcuni pagamenti arretrati. Già che c'è gli appioppa anche la zia Maria. Al già drammatico terzetto si aggiunge per finire la madre di un amico medico. Premiato come migliore opera prima a Venezia, Pranzo di Ferragosto (Gianni Di Gregorio - 2008) è disegnato intorno a un delizioso cast di attori, con il ritmo e il piglio da commedia francese, e condito da piccole dosi di cinismo che ricordano un po' Leconte. Nonostante le numerose situazioni comiche, l'allegria è solo superficiale e si fa strada rapidamente un sentimento di precarietà, di incertezza del domani, e la sensazione che rimangano solo i ricordi del passato ai quali aggrapparsi per affrontare la quotidianità. Pochissime le sequenze in esterni, tra cui spicca la splendida cavalcata in motorino per le vie disabitate di Roma alla ricerca di qualcosa con cui imbandire la tavola del giorno di festa. Peccato solo che difficilmente verrà compreso e apprezzato a fondo fuori dall'Italia dei "bamboccioni".
16 marzo 2009
Senza cappello
Walt è un vecchio miscredente, burbero e solitario, veterano della guerra in Corea, che ha appena perso la moglie e non ha buoni rapporti con i figli. Una notte sorprende il ragazzo dei vicini mentre tenta di rubare la sua fuoriserie, in una sorta di prova di iniziazione per entrare in una gang giovanile. Quando la famiglia, di origini orientali, obbliga il ragazzo a sdebitarsi lavorarando per Walt, tra i due nascerà un legame fortissimo, che appianerà gli aspetti più duri del carattere dell'uomo. Gran Torino (Clint Eastwood - 2008) era un modello della Ford diventato celebre anche grazie alla serie di Starsky e Hutch. Non è un caso che sia la macchina a dare il titolo al film, visto che la morale di fondo ruota tutta intorno ad essa. Il plot è abbastanza schematico, con una divisione scontata tra bene e male e lo svolgersi della trama è piuttosto prevedibile. Tuttavia non si può certo dire che sia un brutto film: è un film classico, piacevole da guardare, con una regia solida, senza eccessi o virtuosismi, ma capace di sequenze da manuale (su tutte quella nel garage con il lampadario che oscilla illuminando la scena in modo intermittente). Nemmeno tra gli attori si registrano prove da antologia, a parte lo stesso Eastwood che si disegna un personaggio piacevolmente odioso, e non sembra aver perso quella verve che lo rende sempre apprezzabile. Pare che sarà il suo ultimo film da attore e questo rende il finale del film quasi ironico.
12 marzo 2009
Qualcuno volò
Robin Ramzinski, detto Ram, è un wrestler professionista, che ha lasciato da tempo i livelli più alti, ma continua ad esibirsi in eventi minori per guadagnarsi da vivere. Dopo un attacco di cuore sarà costretto a cercarsi un lavoro normale, ma non resisterà all'attrazione del ring. Premiato con il Leone d'Oro nell'ultima, non certo memorabile, edizione della Mostra della Cinema di Venezia (come scrissi già a fine agosto), The Wrestler (Darren Aronofsky - 2009) è un film discreto, costruito intorno al suo protagonista. La struttura però è troppo schematica e ha dai limiti abbastanza evidenti, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi secondari (la spogliarellista di cui Ram si innamora, la figlia con cui tenta di ricostruire un rapporto perduto) e la trama si svolge in maniera prevedibile, nonostante un interessante finale. Le cose migliori si vedono nelle sequenze che preparano gli incontri, popolate da una colorata e curiosa varietà di figure più o meno probabili. Sono le stesse sequenze in cui Rourke sembra dare il meglio, potendo contare molto sulla presenza fisica: nelle scene di pura recitazione è molto meno incisivo. Aronofsky sembra aver abbandonato lo stile da videoclip e il montaggio ansiogeno del tremendo Requiem for a dream, anche se ogni tanto la macchina da presa dondola un po' troppo. Springsteen è autore dell'omonima canzone che accompagna i titoli di coda.
23 febbraio 2009
Ti vedo, non ti vedo
Un ex-militare rapisce uno scienziato nucleare e, minacciandone la figlia, lo costringe a sviluppare un metodo per l'invisibilità, allo scopo di creare un esercito e dominare il mondo. Nell'affare entra anche un noto scassinatore. Niente di nuovo in questo L'incredibile uomo trasparente (Edgar G. Ulmer - 1960), pellicola a basso costo del regista di origini austriache. L'idea, e gli effetti speciali che ne derivano, erano già stati ampiamente esplorati da Whale nel mitico L'uomo invisibile, quasi trent'anni prima. Ammirevole comunque la qualità dei trucchi visto il budget limitato e degna di nota la conclusione, con una riflessione sui destini del mondo e il riferimento alla guerra fredda e alla minaccia nucleare. Buone anche la fotografia nelle sequenze notturne di apertura. Gli attori fanno il loro e, complice anche la breve durata, il ritmo è discreto. Per i cultori dei B-Movie.
08 febbraio 2009
Effetto farfalla
In seguito alla perdita della moglie durante le vacanze estive, Pietro, manager di una grande rete televisiva, rimane solo con la figlia Claudia. Arrivato l'autunno, la accompagna a scuola e decide di aspettarla nel parco di fronte fino alla fine della giornata. E farà così anche nelle giornate seguenti, seduto su una panchina. Da questo nuovo punto di vista, incontrando il fratello, i colleghi e vari altri personaggi, inizierà ad elaborare il lutto e ad interrogarsi sul rapporto con la figlia. Anche se non è diretto da Moretti, Caos calmo (Antonello Grimaldi - 2008) subisce l'evidente influsso dell'attore romano, nella parte del protagonista. Costruito sommando una serie di brevi situazioni a due, tratteggia con un tocco leggero le vicende passate e presenti nella vita di Pietro, riuscendo al contempo a rendere il senso del suo dramma personale. Oltre all'ottimo protagonista, se la cavano bene anche gli attori di contorno: il contrasto con il fratello Carlo è incarnato da Gassman con piacevole ironia, la Golino fa la pazza ed è discreta, Silvio Orlando esce un po' dal solito ruolo. Fugace cameo anche per il regista Polanski nella parte di un supermanager. Nel pacifico fluire della trama irrompe nel finale la chiacchierata scena di sesso con Isabella Ferrari di cui non ho ancora colto il senso e soprattutto la necessità nel contesto della storia, non volendo credere ad una banale trovata pubblicitaria. Piccola e riuscita scelta di pezzi musicali, tra cui i Radiohead e Fossati sui titoli di coda.
02 gennaio 2009
Vincitori e vinti
Tra le cose positive di questo 2008, segnalo la scoperta di Steve Buscemi come regista. Ho registrato dalla tv alcuni mesi fa, senza troppe aspettative, la sua opera prima, Mosche da bar, rimanendo impressionato soprattutto dal suo stile molto personale. Visto il suo curriculum come attore, mi aspettavo pesanti influenze tarantiniane. Niente di tutto questo, anche se qualcosina dai Coen dimostra di averlo imparato, soprattutto nel modo di rappresentare l'America di provincia (vedi anche Lonesome Jim). Riservandomi di vedere Animal Factory, finora il suo lavoro migliore rimane questo ultimo Interview (Steve Buscemi - 2007), nel quale è anche sceneggiatore e interprete. È un giornalista di politica internazionale in difficoltà, a cui vengono propinate interviste con vip e star televisive. Si ritrova così a intervistare Katya, attricetta sulla cresta dell'onda, con la quale finisce rapidamente per litigare. I due però si ritroveranno, a causa di una serie di circostanze, nell'appartamento della ragazza dove inizieranno un dialogo serrato, ricco di colpi bassi, in cui ognuno cercherà di svelare i lati oscuri del suo interlocutore. È un film girato con due soli personaggi, sostanzialmente senza azione, in un luogo chiuso, ma che non ha nemmeno una caduta di ritmo o un momento morto. Merito soprattutto dei due attori, ma anche di una regia molto dinamica, che utilizza spesso la macchina a spalla, con rapidi cambi di inquadratura ad accompagnare gli scambi dei due protagonisti. La fotografia basata su colori molto caldi (e tante candele) crea l'atmosfera adatta e non fa pesare la quasi totale assenza della colonna sonora.
26 novembre 2008
Titoli
Non amo rivedere i film che ho già visto, salvo casi eccezionali. Se ho tempo per vedere qualcosa preferisco spenderlo per qualcosa di nuovo. E per nuovo non intendo recente o appena uscito. Detto questo, mi è capitato di rivedere Il grande Lebowski (Joel e Ethan Coen - 1998). L'avevo visto tempo addietro quando ancora dei Coen non conoscevo praticamente nulla e ho voluto rivederlo ora. Al di là della genialità dei personaggi, dell'abilissimo controllo della delirante sceneggiatura, dei dialoghi brillanti, mi ha colpito un particolare: i titoli di testa, realizzati con grande eleganza, con una perfetta scelta dei caratteri del testo, della musica e delle immagini che li accompagnano. Pochi registi curano questa parte del film, soprattutto per motivi di budget (Woody Allen per esempio si limita allo sfondo nero e ad un semplice font bianco con sottofondo jazz), che però costituisce una parte importante: i titoli rappresentano il primo contatto dello spettatore con la pellicola, gli permettono spesso di capire che tipo di film aspettarsi. Saul Bass fu il primo a capirne a fondo l'importanza e ne realizzò di memorabili, tra cui Psyco, Spartacus e Casinò. Personalmente però preferisco ancora quelli di C'era una volta il West. Poi c'è anche chi può permettersi di farne a meno...
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